C’era una mamma, una madre madrona,
la mano a saetta, la voce che tuona.
Più che un bambino voleva un soldato
Ma poi crebbe un hippie tutto arruffato.

C’era una mamma, un po’ mamma e un po’ chioccia,
di libertà ne lasciava una goccia,
le nacque una bimba paracadutista
adesso è una stuntman professionista.

C’era una mamma vegana e pittrice,
viveva di tofu col figlio, felice.
“Quanti bei posti dipingerai?”
Ma invece il suo Adolfo guidò il Terzo Reich.

Filastrocca del figlio perfetto
Scolpito, pensato come un angioletto
Tu lo volevi un po’ simile a te
e invece “sorpresa!” decide da sé.

C’era una mamma, femminista di razza,
mutande bruciate e tette giù in piazza,
ma ebbe una figlia, un clone di Barbie
che va da Intimissimi e spende i miliardi.

C’era una mamma ingessata e ingegnera
sinapsi a quadretti, compita ed austera,
ma il figlio non legge ogni giorno i listini
compila gli oroscopi, descrive destini.

C’era una mamma Bocca di Rosa,
si dice puttana, io dico sciantosa,
il figlio giurò per la castità,
un frate trappista, in povertà.

C’era una mamma, una santa, una suora,
conosce l’amore, ma il piacere lo ignora,
crebbe un bambino, un chierichetto,
fa il pornoattore, un artista del letto.

Filastrocca del figlio perfetto
Scolpito, pensato come un angioletto
Tu lo volevi un po’ simile a te
e invece “sorpresa!” decide da sé.

Filastrocca della mamma imperfetta.
La mamma perfetta un figlio lo accetta.

di Enrica Tesio

La prima volta che ho sentito La filastrocca della mamma imperfetta era l’ultima sera del corso pre-parto. Ce l’ha letta la nostra meravigliosa ostetrica. È con queste parole che ha chiuso quel bellissimo mese di formazione, in cui ho avuto occasione di conoscere belle persone, confrontarmi e sentirmi meno sola e meno speciale nella mia condizione di donna incinta.

Mi sono domandata spesso se tutto ciò che vorrei per mio figlio, non rischi di diventare una sorta di aspettativa, o di pretesa nei suoi confronti. Qualcosa che lo faccia sentire in dovere di essere ciò che in verità non vuole essere, con la paura di disattendere e deludere una figura importante come quella di un genitore.

È forse il mio desiderio di offrirgli un mondo senza stereotipi, un modo per dirgli comunque chi e come deve essere? La libertà di essere può diventare a sua volta una maschera da indossare, un copione da recitare, un diktat a cui obbedire?

Ammetto che non ho una risposta a portata di mano. Penso che solo il tempo potrà fugare i miei timori.
Ma quando questi diventano un po’ troppo ingombranti, torno con la mente a questa filastrocca, come fosse un promemoria appeso sul frigo della cucina, che veglia su di me. E mi sento un po’ più al sicuro.