“La gravidanza è uno scoppio di salute”, così mi disse la prima ostetrica che incontrai lungo il percorso della mia (prima) gravidanza. A quel tempo ero solo di dieci settimane, ancora non mi rendevo conto di nulla, non sapevo cosa aspettarmi. Ma a quelle parole trasalii, e decisi subito che lei non mi avrebbe mai più rivista.

Non soffrivo di nausee, non ne ho mai sofferto per fortuna. E non avevo altri sintomi se non il seno gonfio e dolorante e soprattutto un’atavica stanchezza. Dopotutto, ciò per me era sufficiente per non credere a quelle parole. Sentivo che mi voleva vendere qualcosa – un’esperienza, un’aspettativa – che non combaciavano con la realtà. Ed io invece avevo bisogno di qualcuno che mi dicesse chiaro e tondo cosa mi sarei potuta aspettare, piuttosto che qualcuno che mi dicesse come avrei dovuto essere e cosa avrei dovuto provare.

Quel qualcuno lo trovai al consultorio della mia città: un’ostetrica estremamente dolce, ma anche molto pragmatica e trasparente; e una ginecologa, che le cose di certo non le mandava a dire. Uscii dalla prima visita con loro, entusiasta da un lato e tramortita dall’altro. Era come se avessi acquisito una profondità di visione e una sensazione di controllo. Ma allo stesso tempo si era materializzato davanti a me – in modo chiaro e ineludibile – un cammino fitto di paure e incognite, che non mi avrebbe più lasciato fino alla fine della gravidanza. E probabilmente nemmeno dopo.

Perché impari subito che quando sei incinta, di certezze non ne hai. Che quella gioia e quell’emozione potrebbero svanire in ogni momento. E che ogni esame in cui ti dicono che va tutto bene, è come una tappa vinta, come una medaglia conquistata da esibire al petto fino alla conquista successiva. Ti ribalteranno come un calzino tutto il tempo, formalmente per dirti che è tutto a posto, ma di fatto per cercare ogni volta qualcosa che non va. Come se potenzialmente tu – madre –  fossi inadeguata, come se il tuo corpo non fosse programmato per dare al mondo un figlio, un figlio sano. Così che finisci quasi per stupirti quando, mese dopo mese, non giungono brutte notizie.

E allo stesso modo, finisci per stupirti di tutti i cambiamenti fisici, emotivi e sociali che una gravidanza comporta. Perché, in linea di massima, nessuno ti prepara a questo. Nessuno ti avverte prima e, spesso, nemmeno durante. Anzi, anche contro ogni evidenza, continuano a porti domande del tipo: “Non è meraviglioso essere incinta?” con quel tono di voce che implica già una risposta forzatamente positiva.

“Sì, è meraviglioso essere incinta. Ma è anche uno schifo.” Perché nessuna ha il coraggio di dirlo?

Alla luce delle mie attuali 39 settimane di gravidanza e dei numerosi confronti che ho avuto in questi mesi con altre donne in “dolce attesa”, mi sento di dire che vige tanta omertà e tanta ipocrisia riguardo a questo fenomeno straordinario e naturale che è la gestazione di un cucciolo d’uomo da parte della donna che lo porta in grembo. È come se esistesse un immaginario sacro, coltivato e cresciuto nei secoli, che non va scalfito, non va messo in discussione, e anzi, che chiede di essere perpetuato, in difesa di qualcosa che mi chiedo cosa sia.

Perché anche se sono stata fortunata, e non ho avuto particolari disturbi durante tutti i nove mesi, va detto che gli aspetti negativi non sono mancati, e sono risultati spesso sfidanti, a volte vincenti. Come il non riuscire a rimanere sveglia oltre le otto di sera nel primo trimestre, come la pubalgia che al settimo mese mi impediva di camminare, come le infinte notti insonni per il male al bacino e per la pancia troppo pesante, come il profondo disagio dato dall’aumento di peso che ha reso ogni azione stancante e mai scontata. E se provo a sommarli a tutti quelli di cui ho sentito parlare da altre donne nella mia condizione, mi accorgo che si può snocciolare un elenco così lungo da lasciare impressionato anche un enciclopedista.

Come si spiega dunque questo mito della gravidanza? Come può passare il messaggio di un’esperienza meravigliosa, senza quello di un’esperienza impegnativa, frustrante, a volte dolorosa? È la gioia che segue il parto a oscurare tutto ciò che viene vissuto prima? Una sorta di dimenticanza utile alla perpetuazione della specie, al pari di quella che fa lenire il ricordo del travaglio? Possibile che sia tutto qui?

Io, onestamente, credo che la spiegazione vada cercata anche altrove. Sopratutto oggigiorno in cui le occasioni e i mezzi per condividere le proprie esperienze personali, i propri stati d’animo, non mancano, pure in totale forma di anonimato (vedi il web in tutte le sue declinazioni). A contrario del passato, le donne hanno più strumenti per parlare di sé, per far emergere la propria voce, e volendo anche per innescare un cambiamento. Dunque, cosa impedisce loro di farlo? Cosa impedisce di parlare di questo evento straordinario – la gravidanza –  in tutte le sue sfaccettature e in tutta la sua complessità?

Stavo guardando un film il cui tema principale era la genitorialità, quando, di punto in bianco, un’intuizione: può c’entrare in qualche misura il patriarcato? Qualcuno di voi forse leggerà questa domanda con scetticismo, ma fermiamoci un attimo a riflettere. In un mondo in cui la donna viene ancora vista prima di tutto come strumento per procreare, in cui viene dato per scontato che la sua realizzazione debba passare per questo evento, in cui di fatto molti dei suoi diritti e non diritti sono giustificati dal fenomeno della maternità o più semplicemente per le caratteristiche e le idee che si hanno riguardo il suo corpo e la sua biologia, come si può, in un mondo così, sentirsi liberi di esprimere disappunto, sconforto, disagio, verso quello che è considerato il valore femminile per eccellenza? Sarebbe come cercare di smantellare l’unica cosa su cui molte donne ritengono di essere ancora insostituibili, degne di considerazione e rispetto a prescindere. Sebbene sia evidente che non è così.

Ciò che sembra paradossale, qui, è che il patriarcato, con la sua influenza e la sua coercisione, trova terreno fertile più nella mentalità femminile che in quella maschile. È soprattutto tramite le donne che viene coltivato il mito della gravidanza, è tramite loro che i messaggi di salute, bellezza ed emozioni meravigliose viene passato e perpetuato, di generazione in generazione, offrendo pochi appigli per controbattere, per raccontare storie ed esperienze diverse, o semplicemente altri aspetti della stessa medaglia.

Cosa dire poi, quando da decenni, i femminismi lottano per conquistare la parità di genere, cercando di far apparire la maternità un non ostacolo all’autodeterminazione, al lavoro, alla carriera? Grazie alla giusta formulazione di leggi, questo è certamente possibile, ma intanto, nell’intento di riuscirci, il minimo che la donna possa fare, banalmente, è sminuire o addirittura occultare gli aspetti più difficili della gravidanza, quelli che – in termine di salute, emotività e pragmaticità – potrebbero condizionare negativamente la scalata alla sua libertà e alla sua indipendenza.

Va da sé che smontare il mito della gravidanza, ammettere che quello “scoppio di salute” non esiste, non solo è socialmente disincentivato e disincentivante, ma in molti casi, nella contingenza del presente, è anche controproducente. Come poter pensare dunque che il patriarcato non abbia un ruolo centrale in questa opera di omertà? Come non vedere in tale omertà un robusto fertilizzante per le radici del patriarcato? le stesse che determinano quel ripugnante sistema di controllo sulla donna, sul suo corpo e sulla sua identità?

Forse è arrivato il momento di scardinare il sistema anche partendo da qui. Dalla gravidanza. Dalla maternità. Raccontando a piene parole cosa significa creare la vita dal nulla, attraverso il proprio corpo. E far sì che il disagio, la difficoltà, il dolore, non siano mai motivo di vergogna o pudore, ma sempre una medaglia d’oro al valore, al coraggio, alla forza.