Il progetto

Nel momento in cui scrivo (Novembre 2018), c’è una creatura di quasi otto mesi che cresce dentro la mia pancia: entro poche settimane sarò mamma.
O forse, come dice qualcuno, sono già mamma dal momento in cui ho scoperto di essere incinta. E lo sarò per sempre.

Da quel giorno, infatti, qualcosa dentro di me è cambiato nel profondo. E non mi riferisco alle forme del mio corpo, ai miei gusti in fatto di cibo o ai miei andamenti d’umore. Ciò di cui parlo è un atteggiamento, un modo di vedere le cose, una direzione.

Se prima il centro dell’universo ero io, insieme alle mie paure e alle mie ambizioni, ora il centro dell’universo è lui, il mio bambino.

Cosicché, ad esempio, il mio sempiterno desiderio di evolvermi come essere umano, di migliorarmi, di superarmi, non è più volto ad un mero ideale personale, ma è divenuto necessità contingente innanzi al bisogno di offrire a mio figlio un valido esempio, un solido appoggio, un’instancabile guida verso il suo percorso di crescita e nel divenire uomo nel mondo.

Allo stesso modo, la mia attenzione verso gli stereotipi di genere e il mio interesse per le pari opportunità tra uomini e donne, ha subito un forte scatto di fianco e in avanti. Se prima guardavo soprattutto a me stessa come vittima di questa società maschilista e patriarcale, oggi il mio sguardo è principalmente impegnato a immaginare cosa significherà per mio figlio costruire la propria identità in un mondo che, sin da ora che è dentro la pancia, lo vuole omologato a una certa idea di maschio. Come garantirgli il diritto di essere chi è e chi vuole diventare? Come proteggerlo da quei retaggi culturali che vorranno per forza fargli preferire l’azzurro al rosa, le macchinine alle bambole, la vivacità alla calma, la sporcizia alla pulizia, l’aggressività alla dolcezza, la razionalità all’emotività, le materie tecniche a quelle umanistiche, la carriera alla famiglia e fargli credere che così sia il modo giusto di fare e di essere? Come insegnargli il rispetto verso il prossimo, uomo o donna che sia, facendogli vedere prima di tutto una persona anziché un genere o un orientamento sessuale? Come proteggerlo dai pregiudizi e giudizi delle persone, qualora avesse la capacità e il coraggio di sentirsi libero e non omologato alla massa?

Di certo io e il suo papà faremo di tutto per aiutarlo a riconoscere se stesso, autodeterminarsi e crescere libero; così come ci impegneremo per insegnargli a camminare fiero nel mondo, sentendosi – con umiltà e gentilezza – sicuro anche laddove noi non potremo esserci per proteggerlo. Ma ciò non credo sia sufficiente. Come madre vorrei fare qualcosa di più. Vorrei contribuire, nel mio piccolo, a scardinare il sistema, a offrire nuovi occhi a chi ancora non vede o a chi solo intuisce la potenzialità di una vita più equa e più piena e più rispettosa. Quello stesso tipo di vita che vorrei dare a mio figlio, ma che non posso dargli da sola, in quanto, come essere umani, siamo chiamati e crescere nel mondo e attraverso il mondo, non rimanendo reclusi sotto una campana di vetro.

Ecco dunque l’idea di questo blog. Un piccolo spazio in cui condividere con più persone possibili degli spaccati della società in cui viviamo, quelli che ci ingabbiano, quelli che ci limitano, quelli che spesso nemmeno siamo in grado di vedere e riconoscere. Un piccolo spazio in cui disegnare con le parole altri mondi possibili, e magari, insieme, renderli reali. Per noi e prima di tutto per i nostri figli.