“Attenta che ti tolgo la patria podestà! No, potestà… com’è che si dice?”
“Potestà credo, patria potestà. Uh, ecco un’altra parola con ‘padre’ nel mezzo. Un attimo che cerco su internet”.

Stavamo scherzando tra di noi, io e mio marito, quando salta fuori questa espressione che cattura la nostra attenzione: patria potestà. All’inizio avevamo il dubbio su come si dicesse correttamente, un attimo dopo su quello che fosse il suo reale significato e le sue implicazioni. Come da nostra abitudine, andiamo subito a cercare online la risposta ai nostri interrogativi. E Google ci porta, neanche a dirlo, su Wikipedia.

Cito:

La patria potestà è la potestà attribuita al padre di proteggere, educare ed istruire il figlio minorenne e curarne gli interessi, senza però usufruire della violenza sul minore.

Negli ordinamenti contemporanei tale potestà tende ad essere attribuita ad entrambi i genitori, in condizione di parità, e si parla allora di potestà genitoriale. Va detto che tale evoluzione non solo si è verificata in tempi diversi nei vari ordinamenti, ma non ha ancora toccato la totalità degli stessi.

Essa si concretizza, in caso di separazione dei genitori, in un affidamento condiviso o in un affido congiunto.

E ancora:

Nel diritto italiano il passaggio dalla patria potestà alla potestà genitoriale è avvenuto con riforma del diritto di famiglia del 1975, che ha equiparato in doveri e dignità le figure del padre e della madre e abolito, oltre alla patria potestà, la potestà maritale.

Inutile dire, che ancor prima di aver processato le informazioni lette riguardo la patria potestà, la mia piena attenzione è caduta su quell’espressione che – beata ignoranza – non avevo mai sentito prima: potestà maritale.

“Tu sai cos’è?” chiedo.

Potestà maritale

Ancor prima di sentirmi rispondere avevo cliccato sull’omonimo link della pagina Wikipedia e stavo – con avidità e timore – leggendo quanto segue:

L’istituzione della potestà maritale prevede che l’uomo assuma in una famiglia oltre alla patria potestà, anche un ruolo predominante rispetto a quello della moglie.

L’uomo avrebbe dunque il diritto di impartire ordini e divieti alla moglie, come anche il diritto di punirla. Il principio era saldamente ancorato, fino ad alcuni decenni fa, nella maggior parte delle legislazioni. Ancor oggi, vige in diversi Paesi.

E dopo aver citato le “usanze” di alcuni paesi, dice:

simili principi, seppure di ambito limitato, valevano fino a pochi anni fa anche in paesi europei. In Italia, l’istituzione della potestà maritale era prevista nel Codice Civile(art,. 144); nel 1975, tale normativa veniva abrogata a favore dell’articolo 263, 1. (19 maggio) con la riforma del diritto di famiglia.[3] A partire da quell’anno, si parla tra l’altro non più di patria potestà ma di potestà genitoriale.

Momento di silenzio. Torno a rileggere le ultime righe. Torno a rileggere l’anno in cui tale normativa viene abrogata: 1975. 1975! Appena 4 anni prima che io nascessi, 20 anni dopo dalla nascita dei miei genitori, 40 anni dopo dalla nascita dei miei nonni. In altre parole, io sono stata cresciuta ed educata da uomini che ritenevano normale essere superiori alle donne, e possederle. Sono stata cresciuta da donne per le quali era normale sentirsi inferiori agli uomini e sottostare alle loro “leggi”.

“Come può pretendere la nostra generazione di essere oltre gli stereotipi di genere, quando ancora chi crescere le generazioni di adesso e quelle future coltiva una mentalità patriarcale supportata da normative valide fino a una manciata di anni fa?”. Commento ad alta voce.

Il ruolo della religione

Poi finisco di leggere la breve pagina ancora aperta:

Citate in giudizio per il fatto di aver picchiato la moglie, in tempi recenti sempre più persone di fede diversa da quella predominante nel paese in cui vivono si appellano al principio di libertà di religione per legittimare quello di potestà maritale.

In altre parole, la conclamata libertà di culto – che sappiamo tutti riguardare anche la cosiddetta religione predominante – porterebbe a giustificare il perpetuarsi di questa potestà maritale, che se non è più presente sulle carte della legge italiana, è ancora viva e ardente nella religione – leggasi cultura – delle persone, siano essi uomini o donne. Ciò fa ulteriormente comprendere quanto sia complesso sradicare una simile mentalità dalla società in cui viviamo. E proprio per questo quanto sia importante che ognuno faccia la propria piccola parte perché un giorno questo cambiamento avvenga.

Non c’è prova scientifica, che dica che la donna ha motivo di essere considerata inferiore e subalterna all’uomo, che dimostri che l’uomo è diverso in senso assoluto dalla donna, che esplichi l’esistenza di peculiarità caratteriali appartenenti solo all’uno o all’altro genere: l’aggressività, la dolcezza, l’emotività, la paura, la dipendenza psicologica, la vivacità, l’intelligenza, l’istinto genitoriale, appartengono in egual modo ai bambini e alle bambine. Basta dare loro l’occasione di esprimersi liberamente, senza infliggergli imposizioni e aspettative. È la cultura che determina più della biologia, le differenze tra maschi e femmine. E la stessa cultura, spesso, richiede uno sforzo evolutivo tanto quanto quello di cui parla Darwin nella sua Evoluzione della specie. Questo perché in quanto essere umani, niente inizia e finisce con noi come singoli individui, ma tutto si perpetua attraverso noi. Noi che siamo il frutto di esempi e il risultato di emulazioni. Noi che siamo la fonte da cui si alimenteranno le identità dei nostri figli.

Eliminare la patria potestà e la potestà maritale

Per eliminare la patria potestà e la potestà maritale, serve lo sforzo di ognuno, l’impegno di ogni coppia, la determinazione di ogni genitore. È necessario insegnare ai nostri figli maschi la parità di genere e il rispetto verso il prossimo. È necessario insegnare alle nostre figlie femmine la parità di genere e il rispetto verso se stesse. Nessuno di noi è esente da responsabilità in tal senso.

Quando guardo mio marito cucinare mentre io pitturo la camera di Leonardo, o quando mi dice “grazie” perché ho raccolto i panni dallo stendibiancheria, o quando lo vedo farsi in quattro per non mancare a tutte le mie ecografie ed esami e incontri pre-parto nonostante lavori a due ore da casa, penso che mio figlio è fortunato ad averlo come padre, almeno quanto lo sono io ad averlo come compagno di vita. Perché non c’è niente di più grande che possiamo dare a chi amiamo, del nostro tempo, la nostra riconoscenza, il nostro rispetto. E quando ciò avviene davanti ai nostri figli, il mondo inizia già ad essere un posto migliore. Per tutti.