All’inizio della gravidanza, pensavo che la cosiddetta “preparazione del nido” sarebbe stata una fase che non avrei attraversato. Ingenuamente, mi dicevo che un bimbo piccolo non ha bisogno di uno spazio tutto per sé, come una propria camera, così come non ha bisogno di chissà quali e quanti oggetti. Un angolo nella stanza dei genitori e tanto amore sarebbero stati sufficienti per svariati mesi.

Poi, andando avanti con le settimane di gestazione, la presa di coscienza di quanto stava accadendo, e l’affiorare di mille domande su cosa implicasse divenire responsabili di un nuovo essere umano, si è fatta strada la presa di coscienza su cosa sia davvero la “preparazione del nido”.

Tutto è nido

Essa non riguarda tanto la sistemazione e l’allestimento di una cameretta, quanto piuttosto la sistemazione e l’allestimento di ogni spazio e di ogni oggetto che entrerà in contatto tattile o visivo o uditivo o olfattivo o gustativo col bambino. Potersi permettere una stanza tutta per lui, in cui sistemare le sue cose che, al di là di ogni migliore intenzione avrà sin da subito e saranno destinate ad aumentare senza freni, è di certo un lusso al quale si finisce per sottomettersi con piacere, soprattutto perché nove mesi sono una lunga attesa e potersi occupare del bimbo già prima che sia tra le proprie braccia, aiuta a ingannare il tempo e a rendere il percorso ancora più gioioso.

Ma ciò che veramente riguarda questa preparazione, è la totalità degli spazi, degli ambienti, in cui il bambino vivrà i suoi primi giorni e mesi e anni di vita. Ambienti che possono essere la camera dei genitori, la sala, la cucina, il bagno, un corridoio, un balcone… Tutti questi angoli della casa saranno destinati ad accoglierlo, a offrirgli immagini, messaggi, stimoli, a comunicare con lui. A seconda di come sono organizzati e di come appaiono, il bambino vi potrà interagire più o meno liberamente, più o meno con gioia, più o meno con frustrazione. Potrà essere più o meno al sicuro, più o meno a suo agio, più o meno indirizzato a un tipo di educazione piuttosto che un’altra.

E allora, ad un certo punto, ho iniziato a interrogarmi su quali colori e materiali volevo offrirgli, sia come arredo, sia come abbigliamento, sia come giocattoli. Prediligere i colori classici o quelli neutri? I contrasti forti o quelli tenui? Il tinta unita o le fantasie? Disegnare i muri o lasciarli spogli? Favorire la plastica o il legno? Innalzare barriere di protezione ovunque (culla con ringhiere, box, recinti) o creare una casa a misura di bambino?

Un metodo di educazione

Mi sono così accorta che la risposta a ognuna di queste domande era una risposta a come volevo crescere mio figlio e con mio figlio. Perché riempirlo di oggetti blu, come avviene spesso per i bambini maschi, avrebbe significato indirizzarlo sin da subito nella strada degli stereotipi e delle aspettative di genere. Perché circondarlo di mobili e pareti colorate, avrebbe significato riempirlo di impulsi che lo distrarranno da quelli educativi, fatti di volta in volta di piccoli oggetti diversi lungo la crescita. Perché cedere alla tentazione della più economica e diffusa plastica a sfavore del legno, lo avrebbe privato di quel contatto col naturale e il bello che sono la base per la formazione di una mente vicina alla natura e all’ordine. E infine, rinchiuderlo dentro vari tipi di gabbie come culle sbarrate, box e alti seggioloni, avrebbe significato togliergli l’opportunità di costruire sin da subito la percezione del proprio corpo, degli spazi, del pericolo, e dunque sfavorire la sua autonomia e il senso di fiducia in se stesso.

Tutto questo ovviamente richiede impegno da parte di un genitore. Obbliga alla presa di coscienza, a un ragionamento dietro ad ogni oggetto che si acquista o che si accetta di ricevere in prestito o in regalo. Richiede ricerca, selezione e anche spirito di adattamento. Richiede responsabilità e soprattutto tempo, voglia – e possibilità – di esserci con la mente e con il corpo. Perché credo che l’educazione sia un lavoro, a tempo pieno. E che proteggere lasciando andare sia uno dei compiti più difficili.

Dall’alto della mia mancanza di esperienza come madre, ad oggi, sono convinta che questo sia il percorso più sfidante, ma anche il più bello e il più istruttivo. Ed è quello che vorrei offrire a mio figlio.

Non gli sto – stiamo – preparando solo un nido dunque. Ma un mondo intero.