In queste prime settimane di “Per te vorrei”, fatte di piccoli passi silenziosi in una rete fin troppo rumorosa, ho constatato con ingenuo stupore quanto sia difficile trovare altre realtà online simile a questa che sto creando, o quantomeno incentrate sugli stereotipi di genere in senso lato, piuttosto che sul solo focus femminista.

Tutti a parlare di donne

Nello specifico, le mie ricerche su Facebook, Twitter e Google, mi hanno portato quasi esclusivamente su profili e pagine e siti incentrati sulla lotta alla violenza di genere, al femminicidio, e alle diverse forme di femminismi esistenti in Italia e nel mondo. Spazi che trattano di questi temi cruciali, così come associazioni, enti, organizzazioni, se ne contano a centinaia se non migliaia. Ma è difficilissimo trovare chi, invece, ha deciso di osservare – e denunciare – i pregiudizi e le discriminazioni di genere, tenendo conto di entrambe le facce della medaglia: quella maschile e quella femminile. Voglio dire: non c’è realtà al mondo che riguarda solo la donna. Tutto ciò che la discrimina e la subordina, viene da un trattamento iniquo imposto anche all’uomo. Un trattamento occultato da ciò che si crede essere, nella maggior parte dei casi, se non sempre, un privilegio, ma che in verità nasconde un altrettanto importante forma di sessismo e condizionamento sociale, di cui il maschio è a sua volta vittima, anche quando inconsapevole.

Violenza sulle donne

Diciamolo, il maschio che arriva ad esercitare una forma di abuso e di violenza sulla donna è un essere umano disadattato, frustrato, infelice, probabilmente cresciuto in un contesto familiare e sociale particolare, e che a seguito delle sue azioni vivrà male, se non con se stesso, nel mondo in cui è inserito, perché giudicato e condannato per quello che ha fatto. Ritengo sia lecito porre attenzione su questo. Perché il male che lui infligge alla donna, ha un’origine che non risiede solo in a se stesso, ma anche attorno a sé.

Prima che qualche animo si senta offeso e indignato da quanto sto dicendo, voglio specificare che in nessun modo giustifico la violenza e l’abuso e il dominio di un essere umano su un altro. E ritengo anche che alcuni atti siano più gravi e condannabili di altri, almeno su una scala di valori assoluta. Ma ciò non toglie, a mio opinabile parere, che coloro che guardano soltanto alla donna come vittima del sistema patriarcale, perda di vista una gran fetta del problema e della sofferenza umana, che deriva, in entrambi i casi dalla stessa fonte: un’educazione di genere discriminante, imparziale, impositiva.

Questione maschile

Fermarsi e chiedersi cosa vivono gli uomini, da cosa scaturiscono i loro pensieri, i loro sentimenti, i loro bisogni, credo sia utile, anzi fondamentale, per affrontare in modo pragmatico e consapevole il problema delle disuguaglianze di genere, gli stereotipi e nei casi più estremi le violenze. Ostinarsi a guardare solo in direzione della donna, denunciando la sua condizione svantaggiata, gli episodi discriminatori che subisce, non porterà in alcun modo a uno scardinamento del sistema. Il rischio è quello di fomentare il voyerismo della gente verso i drammi, le sofferenze, e dare loro un canale di rabbia su cui sfogarsi, senza però elargire gli strumenti per cambiare le cose.

I fronti su cui lavorare, e su cui molti stanno già lavorando – bene e da tanto tempo -, sono innumerevoli. Ma la mia percezione è che manchi ancora uno spazio rilevante in cui trattare la “questione maschile”, intesa essa come l’altra metà della mela, come la parte in ombra della luna, come quella medaglia di cui non si va a leggere l’incisione posteriore.

Una nuova forma di educazione

Vorrei imbattermi in più siti, in più profili, in più pagine Facebook, gestite da ragazzi, uomini, papà, che raccontano le proprie storie, i propri ruoli, le proprie emozioni. Vorrei che simili spazi dilagassero quanto quelli di ragazze, donne, e mamme. Vorrei conoscere il loro punto di vista, vorrei che mio figlio, un domani, potesse confrontarsi con loro, e percepire una visione di sé che vada oltre le opzioni del maschio-virile-a-caccia-in-carriera-sportivo-ruttomane. Vorrei ci fossero associazioni volte a favorire una nuova educazione all’essere maschio, in cui venga insegnata l’introspezione, l’autoanalisi, la comunicazione con l’altro sesso, con se stessi, e la condivisione di tutto questo con il prossimo. Qualcosa di simile a ciò che avviene oggi per le donne con i centri antiviolenza, o più banalmente con i consultori che le guidano nel percorso alla nascita e all’allattamento. Perché quando non ci sono situazioni familiari o sociali in cui certe cose vengono insegnate spontaneamente dentro le mura domestiche, è importante che la società intervenga nel sopperire a tali mancanze.

L’uomo ha bisogno di prendere coscienza del mondo in evoluzione nel quale vive. La sua identità, da sempre legata al senso del potere, del successo e del possesso della donna, è messa in crisi da una società in cui per la donna è lecito ribellarsi ed emanciparsi, ma non lo è altrettanto per lui. Finché i bambini maschi verranno cresciuti con l’aspettativa di un universo femminile al proprio servizio, saranno condannati a sentimenti di frustrazione, rabbia e inadeguatezza. Gli stessi che porteranno dolore alle persone – alle donne – a loro vicine.

Facciamo rete

Non smetterò di cercare in rete profili e pagine in cui si parli di tutto questo. E spero che col tempo l’attenzione sugli stereotipi di genere in senso lato vada crescendo sensibilmente. Se ci fosse in ascolto – in lettura – qualche papà, uomo, associazione, o anche donna, madre, figlia, che già tratta questo fronte dell’antisessimo, che ha qualcosa da dire in merito, che ha una pagina, uno spazio o un profilo che pensa possa essere utile promuovere, mi contatti, lasci un commento qui sotto. Bisogna fare rete. Bisogna fare!